martedì 6 giugno 2006

24 - verità

Abbiamo una certezza. Nulla ci impedisce di chiederci le ragioni di quella, i suoi perché e come abbiamo potuto rintracciarla.
Come siamo arrivati alla sicurezza del vero? Con quale arbitrio abbiamo interrotto l’infinita serie di interrogativi? Con quale arbitrio abbiamo stabilito che oltre non si dovesse proseguire?
La continuità del pensiero, l’accanirsi dell’analisi apre un'infinità di perché, mostra che se pensassimo ad oltranza alla parzialità della verità non faremmo che distruggere continuamente, senza approdare mai: ci troveremmo in balia del vuoto di senso, cadremmo senza freni nella voragine del dubbio, nella follia della lucidità.
Al contrario, determinare un terreno solido, crederci senza obiezioni, farne religione, questo è esistere. Abbandonare la scepsi per adagiarsi nel provvisorio, nel relativo, nella pigrizia del “vero”, questo il mezzo attraverso il quale sopravviviamo.
L’inconcepibile ci inganna; l’assurdo, categoria senza limiti e definizioni, ci illude, determina i confini della certezza e spaccia per verità l’artificio cui abbiamo dato quel nome.
Ma è solo una scappatoia, è una fuga; è la risposta immunitaria dell’essere contro l’insensatezza della realtà, che ha una ragione solo perché ne abbiamo trovata una di comodo, solo perché abbiamo scelto di non motivare ulteriormente le nostre convinzioni, solo perché abbiamo deciso per atto di imperio che occorre fermarsi, che occorre frenare la caduta.
Ed incapaci di accedere all’Assoluto, ce ne costruiamo uno, e trasformiamo questo abuso in postulato, in dogma.
Non si conosce la verità, si crede in essa. La verità è fede.
Costruire è accontentarsi, è uscire sconfitti.
Avere certezze è essere superficiali.

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