mercoledì 20 settembre 2006

41 - popolo (Rensi6)

“[…] scomparsi i Re, si è fatto palese che il popolo non esiste anch’esso più, che esso non è una persona unitaria con cui si possa contrattare e definire, ma una miriade di teste diverse delle quali alcune oggi assicurano di essere il «popolo», domani scompariscono per lasciar il luogo ad altre di opposto pensiero, ma che pure giurano di essere il «popolo» […] Come si fa a concludere col «popolo», che non esiste, che è un puro e semplice flatus vocis metafisico?” ("Teoria e pratica della reazione politica", 1922; pag.302 - in La Sera)

40 - rensi5

“Non possiamo dunque mai conoscere, nemmeno a un dipresso, quale condotta o azione produrrà effetti di bene comune, poiché gli incidenti che possono deviare in un senso o nell’altro il corso di questi effetti sono incalcolabili. Perciò chi pensasse di agire in funzione del bene generale sarebbe un pazzo o dovrebbe essere onniveggente e prevedere il futuro.” ("La morale come pazzia", 1942; pag. 203)

39 - rensi4

“L’intelletto è un prodotto del processo naturale nell’uomo unicamente in servizio della vita, né più né meno delle zanne nell’elefante, degli artigli nel leone, delle ali negli uccelli […] Poiché, in una parola, l’intelletto esiste solo per scopi pratici e serve solo a questi, la metafisica è una malattia mentale, come il giuoco, l’alcoolismo, la cocainomania. Essa va presa in considerazione da una futura «medicina delle passioni»” ("Frammenti di una filosofia del dolore e dell'errore, del male e della morte", 1937; pag. 103)


“Si dice che le donne dimenticano i dolori del parto, e che questa è la ragione per cui non si arretrano spaventate davanti ad una nuova gravidanza. Lo stesso accade agli uomini. Essi dimenticano il dolore della morte, che pure hanno visto dinanzi a sé parecchie volte e sanno che toccherà anche a loro: lo sanno non sapendolo, precisamente come le donne sanno non sapendo i dolori che hanno sofferto partorendo. Questo dimenticare la morte, questo saperla senza saperla, è l’unica ragione per cui si continua a generare e la specie umana continua.” (idem, pag. 201)

38 - rensi3

«Balena talora l’impressione che la svolta mortalmente nefasta dell’evoluzione sia stata il momento in cui una improvvisa e casuale alterazione cellulare nei centri nervosi d’un pitecoide… produsse in quella specie un individuo anomalo, “degenerato” rispetto al tipo della specie stessa, un individuo che l’alterazione, la dislocazione, la “degenerazione” cerebrale in lui avvenuta dotava del potere di ragionare. Da questo momento, e proprio col sorgere del potere di ragionare, la natura è diventata irrazionale…»

«…per l’animale tutto va bene, non vi sono cose incomprensibili, non vi è morte (perché l’animale non sa di morire), la natura non è né irrazionale, né cattiva, né ingiusta, poiché anche il dolore che l’animale soffre non è nulla più che un fatto, una cosa che è, non già altresì una cosa che non dovrebbe essere, vale a dire lumeggiata in questo senso da una valutazione mentale. Ma quando, in seguito all’accidentale deformazione cerebrale prodotta improvvisamente in una specie affine alla scimmia sorse il potere di ragionare e si formò la spiritualità; quando con ciò si ebbero viventi che con la sola esistenza della loro ragione commisero l’enorme pazzia di non essere più semplice natura, ma di separarsi dalla cieca immediatezza della vita naturale e in questo senso di opporsi alla natura; quando così si compì, secondo la profonda interpretazione di Leopardi, quell’alzarsi della ragione sopra l’istinto che è ciò che la Bibbia adombra con la leggenda del peccato originale, il quale “non consiste in altro che nella ragione”; quando ciò accadde, tosto, come al tocco della verga magica di un incantatore malefico, si sollevò dal fondo della natura, sinora indifferente e tranquilla perché non faceva che essere senza vedersi essere, il nembo delle contraddizioni, degli assurdi, dell’incomprensibilità, del male, del peccato, delle ingiustizie e crudeltà naturali, nonché dei problemi eterni ed eternamente tormentosi di indole spirituale e sociale.» (pag. 124-125)

37 - rensi2

«Dove noi siamo assolutamente certi di essere nella verità e nella razionalità, dobbiamo ritener fuori dalla ragione, ossia pazzo, chi la pensa diversamente.» (Interiora Rerum, 1924; pag.90)

«Quando i nostri orologi non concordano tra di loro, noi possiamo conoscere l’ora che è, e rettificarli su questa, perché questa noi la constatiamo in un fatto esteriore ai nostri singoli orologi, riconosciuto indiscutibilmente come quello su cui i nostri orologi devono misurarsi e controllarsi, e che giudica obbiettivamente di questi, stabilendo quale è giusto e quale sbaglia: il moto degli astri. Ma supponiamo che tale fatto esteriore ai nostri orologi, destinato al controllo di questi, non esistesse, e che i nostri orologi continuassero a discordare. Come potremmo allora, in mancanza di quel fatto esteriore obbiettivo e nel discordare dei nostri singoli orologi, conoscere l’ora che è? Ora questo appunto è il caso delle nostre ragioni. Non c’è l’oggetto esterno ad esse, l’esterno modulo-ragione, su cui controllarle e che le giudichi, ed esse discordano fra di loro. Come conoscere l’ora che è della ragione?Ma questo è ancora dir poco. Nel discordare dei nostri orologi, e supposto inesistente il fatto esterno ad essi con cui controllarli, si potrebbe mai dire che c’è l’ora che è? E quale dunque sarebbe? Quella del mio, del tuo o del suo orologio? Così per le nostre ragioni.» (idem, pag 97)

36 - pausa

35 - medie

Tra il sentirsi infinitamente scaltri e infinitamente stupidi, arricchirebbe immaginare di essere la media aritmetica delle due condizioni: infinitamente mediocri.

34 - [...]4

Solo il trauma educa.

33 - ...

Invisibile, inconoscibile, inesprimibile, inimmaginabile, impensabile, irrappresentabile…
Ridurre Dio al nulla è rendergli omaggio.

32 -

Il saggio smette di esistere e comincia ad assistere.

sabato 9 settembre 2006

29 - […]2

Chi crede di sapere è fuori strada. Chi crede di non sapere è fuori strada.

Chi crede è fuori strada.

28 - [...]

Il mondo non può deluderci; siamo noi a deludere noi stessi.
Siamo colpevoli delle nostre aspettative.