mercoledì 6 maggio 2009

169 - Ivan Turgenev

“A sua volta Čertopchanov risalì adagio dal burrone, raggiunse il margine della foresta e arrancò verso casa. Era scontento di sé; il peso che aveva sentito nella testa gli si era diffuso per tutte le membra; camminava adirato, cupo, insoddisfatto, affamato, come se qualcuno lo avesse offeso, gli avesse rubato la preda, il cibo… 
Il suicida a cui è stato impedito di porre a effetto il proponimento, conosce questa specie di sensazione.
A un tratto qualcosa l’urtò da dietro, fra le spalle. Si voltò… Malèk-Adèl’ stava fermo in mezzo alla strada. Aveva seguito il suo padrone, lo toccava col muso… per farsi sentire…
 -Ah! – urlò Čertopchanov, - sei tu, sei proprio tu che vieni a cercare la morte! To’, piglia!
 In un batter d’occhio cavò fuori la pistola, alzò il grilletto, puntò la canna contro la fronte di Malèk-Adèl’, sparò.
Il povero cavallo si gettò da un lato, s’impennò, indietreggiò dieci passi e stramazzò di schianto, rantolando e dibattendosi a terra…
 Čertopchanov si turò gli orecchi con le due mani e fuggì. Le ginocchia gli si piegavano. La sbornia, la rabbia, la cocciuta sicurezza, tutto era svanito in un lampo. Rimaneva solo un senso di vergogna e d’infamia, e la coscienza, la sicura coscienza che stavolta l’aveva finita anche con se stesso.”


(La fine di Čertopchanov, Memorie di un cacciatore)

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