sabato 25 maggio 2013

213 - apologia del Brahman

Cristianesimo, Islam ed Ebraismo.
Un Dio declassato, ridotto ad umano, ma un umano castrato, definito come generatore di morale e di promessa, ma di una certa morale e di una certa promessa;
oppure: un Dio interessato ai particolari pruriginosi, un voyeur che osserva e sanziona le pratiche sessuali;
oppure: un Dio che da forza indifferenziata e onnicomprensiva è diventato una figura ritagliata dai pregiudizi etici dei suoi seguaci e da limiti teologici dei suoi apologeti e dai suoi teorici.
Oppure: un Dio che da sinonimo di complessità, di limite, da insieme eracliteo di contrari si è trasformato in frammento, in particolare. Un Dio che è questa cosa, il Bene, e non tutto il resto, il Male.
Oppure: un Dio pedagogo; un Dio che non esce in alcun modo dalle maglie speculative nelle quali è stato rinchiuso e che lo definiscono. Un Dio che ha da insegnare, che attribuisce valore agli argomenti e se ne serve. Un Dio fondatore di chiese e pratiche.
Oppure: un Dio che, conservando l'alterità assoluta rispetto all'umano, Yahwè e Allah, come caratteristica costituente, collassa pur sempre nelle contraddizioni degli uomini e se ne fa portavoce. Per quanto irrappresentabile, inconcepibile e assolutamente altro, Egli è pur sempre il Dio che ci dice cosa fare e cosa non fare, come agire e come non agire. Egli è pur sempre dotato di personalità e carisma, veicolo di sentimenti e passioni, il che ne segnala la diretta derivazione dall'umano. Egli è l'onnipotenza e, allo stesso tempo, un concentrato di tare.
Oppure: un Dio che rompe il silenzio, in cui dovrebbe dimorare, per incarnarsi nei concetti e nelle definizioni, senza i quali non sarebbe niente e non potrebbe niente.
Oppure: un Dio che segnala un percorso ed un senso, introducendo nel caos senza uscita dell'esistenza categorie consolatorie e puerili.
Oppure: un Dio della partecipazione. La salvezza, categoria esclusivamente occidentale e medio-orientale, consiste nell'adesione ad una dottrina, nell'infeudarsi ad un sistema di postulati.


E poi c'è il Braham, che ha un nome soltanto perché si sappia di cosa si deve tacere. E che non si invoca, giacché è nessuno, ma in cui ci si perde e ci si spegne. Brahman, che è il baratro oltre l'estremo confine del concetto.
Brahman: dissolvimento di illusioni, abolizione dei vincoli, liberazione dalle catene.
Brahman, sonno senza sogni, pausa nella fantasmagoria dell'esistenza. Archetipo del ritorno e della quiete. Luogo senza spazio, compensazione di ogni increspatura.

Salvezza e liberazione sono concetti opposti. Per ottenere la prima occorre aderire ad una visione, sottoporsi ad un ordine, invischiarsi col mondo delle parole e delle categorie. Questo è, per gli orientali, il paradigma dell'illusione.

Lavare pensieri con pensieri, diceva Dogen, è come lavare il sangue col sangue. E noi abbiamo ereditato un Dio che è parole, concetti, dottrina e "verità". Celebrazione, trionfo e apoteosi del condizionato.

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